Voice of Cards: the Beasts of Burden: la recensione

Torna la serie di piccole produzioni targate Square-Enix, a cavallo tra JRPG e giochi di carte

La novità più significativa ed interessante è legata alla nuova dinamica di cattura dei mostri; sì, avete letto bene: in questo capitolo, sconfiggendoli sul terreno di battaglia, sarà possibile fare in modo che le creature avversarie vadano a infoltire la schiera dei nostri alleati, nel corso degli scontri successivi. I personaggi umani, infatti, avranno tutta una serie di abilità passive, ma non impareranno nuove skill di attacco progredendo nel corso dell’avventura, ma andranno ad arricchire il novero di possibili mostri spendibili nei momenti di combattimento contro altri mostri. Ciascun demone avrà ovviamente caratteristiche di attacco, difesa e punti vita specifici, e starà a noi scegliere quale utilizzare e in quale momento, per ottenere il massimo profitto contro avversari sempre nuovi e tendenzialmente sempre più potenti. Al termine di ogni battaglia, come nei precedenti capitoli, potremo selezionare alcune carte coperte, per “vincerle” e andare a ingrassare il nostro mazzo, senza però avere la possibilità di selezionare con precisione i “premi” da ottenere. Questo elemento casuale, in qualche modo legato alle dinamiche giapponesi dei “gacha”, potrebbe a tratti finire per frustrarvi, non riuscendo a determinare sempre con chiarezza quale mostro potrete catturare e, conseguentemente, utilizzare nel corso degli scontri successivi, in qualche modo diminuendo la portata di una modifica che, invece, va ad arricchire l’esperienza di gioco sotto molti aspetti.

Un’esperienza che, sotto il profilo tecnico, conferma il comparto semplice ma efficace dei precedenti titoli della serie, comprese le lievi migliorie (soprattutto in termini di caricamento e frame rate) già introdotte dal secondo capitolo, forse persino con una pulizia dell’immagine che lo rende il pacchetto più rifinito e raffinato del trittico. Sotto il versante puramente artistico, invece, al di là di ovvie preferenze soggettive ed individuali, il titolo conferma di essere molto ispirato, sia per quanto concerne il lato visivo, che quello sonoro. Il tono e le atmosfere sono leggermente più cupe di quanto messo in scena nelle produzioni che lo hanno preceduto, con un tratto più marcato e scuro, sempre molto dettagliato; scenari più lugubri; avvenimenti più traumatici; mostri più inquietanti. Il tutto, evidenziato da una colonna sonora anch’essa quantomeno malinconica, seppur non estremamente gotica. In qualche modo, si vedono ancor più marcatamente i rimandi stilistici ai lati più grotteschi di NieR, giusto per richiamare un’estetica conosciuta dai più. Nell’insieme, comunque, il gioco è proprio sotto il profilo della cura stilistica che trova la sua massima espressione artistica.

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La recensione

7.5 Il voto

Il progetto della casa di sviluppo giapponese continua imperterrito, mantenendo sempre alto il livello della qualità complessiva, tra direzione artistica, discreto sistema di gioco e piccole ma significative variazioni sul tema, capaci di intrattenere con curiosità ed entusiasmo gli appassionati del genere

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