Switch 2: Final Fantasy VII Rebirth: la recensione

Dopo essere fuggiti dalla città distopica di Midgar, Cloud e i suoi amici partono per un nuovo viaggio attraverso il pianeta. Nuove avventure ti attendono in un mondo vasto e dinamico: sfreccia attraverso pianure verdeggianti in sella a un chocobo ed esplora ampi scenari.

Nel corso degli ultimi dieci anni il rapporto tra Nintendo e gli sviluppatori terze parti ha vissuto una trasformazione profonda. Se durante l’epoca Wii U molti grandi publisher guardavano alle piattaforme della casa di Kyoto come a sistemi complementari, spesso esclusi dalle produzioni più ambiziose o destinatari di conversioni tardive e ridimensionate, il successo straordinario di Nintendo Switch ha progressivamente modificato questa percezione. La natura ibrida della console, unita a una base installata enorme e a un pubblico sempre più trasversale, ha infatti dimostrato come esistesse uno spazio concreto anche per produzioni mature, complesse e tradizionalmente associate ad altri ecosistemi. L’arrivo di Nintendo Switch 2 sembra rappresentare il naturale proseguimento di questo percorso. L’hardware più potente, il supporto alle moderne tecnologie di upscaling e una maggiore vicinanza architetturale agli standard contemporanei hanno ulteriormente ridotto le barriere tecniche che in passato limitavano l’approdo di molte produzioni AAA. Non sorprende quindi vedere aziende come Microsoft, Ubisoft, Capcom, Bandai Namco e numerosi altri publisher investire con decisione sulla nuova piattaforma, spesso proponendo esperienze complete e tecnicamente molto vicine a quelle disponibili sulle console concorrenti. Tra tutti i ritorni e le nuove collaborazioni, tuttavia, ce n’è una che possiede un valore simbolico superiore a qualsiasi altra. Perché se esiste un marchio capace di raccontare da solo oltre trent’anni di storia dell’industria videoludica giapponese, quello è senza dubbio Final Fantasy. E vedere oggi la trilogia remake di Final Fantasy VII approdare con convinzione anche su Nintendo Switch 2 rappresenta qualcosa che va ben oltre il semplice lancio di un nuovo porting. È il segno tangibile di un rapporto che si è lentamente ricostruito nel tempo, fino a riportare una delle saghe più iconiche del medium proprio sulle piattaforme Nintendo.

Per comprendere davvero l’importanza dell’arrivo di Final Fantasy VII Rebirth su Nintendo Switch 2 è necessario fare un passo indietro di quasi trent’anni. La storia di Final Fantasy è infatti profondamente intrecciata con quella di Nintendo. Dai primi capitoli pubblicati su NES fino a Final Fantasy VI su Super Nintendo, la saga di Hironobu Sakaguchi era stata una delle colonne portanti dell’offerta RPG della casa di Kyoto, contribuendo in maniera determinante alla diffusione del genere anche in Occidente. Tutto cambiò però nel 1997. La decisione di Squaresoft di pubblicare Final Fantasy VII sulla prima PlayStation anziché sul Nintendo 64 non rappresentò soltanto una scelta tecnica dettata dall’utilizzo del supporto CD-ROM, ma divenne uno degli eventi più significativi dell’intera storia videoludica moderna. Da quel momento il marchio Final Fantasy divenne progressivamente sinonimo dell’universo PlayStation, mentre Nintendo e Square percorsero strade separate per molti anni. Negli ultimi tempi, tuttavia, qualcosa ha iniziato lentamente a cambiare. Prima sono arrivate le riedizioni dei capitoli classici, poi il graduale recupero di numerosi spin-off e produzioni secondarie. Un passaggio particolarmente significativo è stato rappresentato dall’approdo di Crisis Core: Final Fantasy VII Reunion su Nintendo Switch, capace di riportare l’universo di Final Fantasy VII anche presso il pubblico Nintendo contemporaneo. Successivamente è arrivato Final Fantasy VII Remake Intergrade su Switch 2, in una conversione che ha dimostrato quanto la nuova console fosse ormai in grado di accogliere produzioni di questo livello. L’arrivo di Rebirth a distanza relativamente ravvicinata dal primo capitolo conferma una volontà precisa da parte di Square Enix: rendere Nintendo Switch 2 una piattaforma pienamente coinvolta nel progetto remake della propria opera più importante. Una scelta che lascia intravedere scenari estremamente interessanti anche per il futuro, soprattutto in vista del terzo e conclusivo episodio della trilogia, che molti appassionati sperano possa debuttare simultaneamente su tutte le principali piattaforme. In questo senso, Final Fantasy VII Rebirth assume un valore che va oltre le sue indiscutibili qualità ludiche. Il gioco che nel 1997 contribuì a sancire la separazione tra Nintendo e Square diventa oggi il simbolo del loro progressivo riavvicinamento. Una sorta di cerchio che si chiude, o forse che ricomincia, restituendo a entrambe le aziende una collaborazione che sembrava ormai appartenere soltanto ai libri di storia del videogioco

Quando Final Fantasy VII Remake debuttò originariamente sul mercato, il progetto venne accolto con un entusiasmo raro persino per gli standard della saga. L’operazione non si limitava infatti a riproporre uno dei JRPG più amati di sempre con una veste grafica moderna, ma tentava qualcosa di molto più ambizioso: reinterpretare, ampliare e in alcuni casi persino riscrivere un classico assoluto, mantenendone intatto il fascino pur adattandolo alle aspettative del pubblico contemporaneo. Il risultato fu una produzione capace di conquistare tanto la critica quanto il mercato, grazie a valori produttivi elevatissimi, una regia cinematografica di prim’ordine e un sistema di combattimento che riusciva a fondere azione in tempo reale e strategia in maniera sorprendentemente efficace. Anche sulla recente Nintendo Switch 2, Remake si è rivelato una delle conversioni più convincenti disponibili al lancio della piattaforma. Il lavoro svolto da Square Enix ha infatti dimostrato come il nuovo hardware Nintendo possa accogliere produzioni di altissimo profilo senza sacrificare in maniera significativa qualità visiva, fluidità o impatto scenico. Un risultato importante non soltanto per il titolo stesso, ma per l’intera percezione della console presso il pubblico più tradizionalmente legato alle produzioni AAA. Eppure, nonostante le sue numerose qualità, Remake portava con sé anche alcuni limiti strutturali. La scelta di concentrare l’intera avventura all’interno di Midgar consentiva agli sviluppatori di approfondire personaggi, eventi e situazioni in maniera molto più dettagliata rispetto all’opera originale, ma al prezzo di una progressione fortemente guidata. L’esplorazione risultava contenuta, il ritmo spesso scandito da esigenze narrative e registiche ben precise, mentre la sensazione di avventura su larga scala che aveva caratterizzato il Final Fantasy VII del 1997 rimaneva inevitabilmente sullo sfondo. La conclusione del primo capitolo lasciava però intravedere chiaramente una direzione diversa. Una volta abbandonata Midgar, il mondo sembrava finalmente pronto ad aprirsi davanti ai protagonisti e ai giocatori. È proprio da questa promessa che nasce Final Fantasy VII Rebirth. Se Remake era il racconto di una città, Rebirth è il racconto di un mondo. Un’avventura che amplia enormemente gli orizzonti dell’opera precedente, trasformando il viaggio di Cloud e compagni in un’esperienza molto più libera, esplorativa e imprevedibile. Non si tratta semplicemente di aumentare le dimensioni delle mappe o il numero delle attività disponibili, ma di recuperare quel senso di scoperta, meraviglia e movimento che aveva contribuito a rendere immortale il capitolo originale, consegnando finalmente al giocatore la sensazione di trovarsi di fronte a un pianeta vivo, vasto e ricco di segreti da scoprire.

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