The Rogue: Prince of Persia: la recensione

Un Principe che cambia pelle e abbraccia il roguelite, senza perdere ritmo, eleganza e voglia di mettersi alla prova run dopo run.

Tra minareti dorati, mercati brulicanti e racconti sussurrati sotto cieli stellati, l’immaginario mediorientale torna a fare da sfondo a un’avventura fatta di magia, destino e pericoli in agguato dietro ogni angolo. Un mondo che richiama atmosfere da fiaba, tra tappeti volanti, antiche maledizioni e un eroe costretto a rimettere insieme il suo popolo, la sua terra e la sua famiglia. Aldilà di queste fascinazioni alla Aladin, parlare di Prince of Persia significa inevitabilmente confrontarsi con una delle saghe più iconiche del panorama videoludico. Dai primi capitoli fino alla trilogia delle Sabbie del Tempo, il Principe ha costruito la propria identità attorno a un mix ben preciso: platforming tecnico, senso del ritmo, una certa eleganza nel movimento e un racconto in grado di dare coerenza all’azione. Con The Rogue Prince of Persia, come vedremo tra poco, il discorso cambia in modo piuttosto netto, spingendo la saga verso lidi sino ad ora inesplorati. Il titolo, già disponibile in formato digitale da qualche mese e con una versione fisica attesa a breve, sceglie di allontanarsi dalla struttura lineare della serie per abbracciare il modello roguelite. Una scelta che, sulla carta, può sembrare distante dalla tradizione del franchise, ma che trova una sua logica osservando il tipo di esperienza che il gioco vuole offrire: veloce, ripetibile, costruita attorno all’errore e al miglioramento progressivo.

La risposta passa inevitabilmente dallo studio scelto per sviluppare il progetto. Ubisoft ha affidato il lavoro a Evil Empire, un team che negli ultimi anni si è costruito una reputazione solida grazie al lavoro su Dead Cells. Un expertise ed una reputazione che verranno messe sul tavolo in maniera netta ed evidente, come vedremo un dettaglio non secondario. Evil Empire ha dimostrato di saper gestire sistemi di gioco basati su velocità, precisione e ripetizione, elementi che si ritrovano in modo evidente anche qui. La sensazione concreta è che la scelta dello studio sia stata dettata dalla volontà in qualche modo di andare sul sicuro, puntando su competenze già consolidate nel genere. Come anticipato la struttura base dell’esperienza è rappresentato dalla sua struttura roguelite. Ad ogni run il giocatore avanza tra ambienti generati con una certa variabilità, affronta nemici, raccoglie potenziamenti e, inevitabilmente, va incontro alla morte. Da lì si riparte, con qualcosa in più rispetto a prima, passando da un capo base nel quale potremo fare incetta di nuove  armi, potenziamenti, nuovi medaglioni (ossia plus che utilizzeremo in battaglia a seconda di quello selezionato tra le decine possibili). L’armamentario a disposizione infatti è di tutto rilievo, lasciandoci la possibilità di creare il nostro setting più adatto tra armi da lotta corpo a corpo (artigli, mazze, lame di vario tipo), armi da lancio (arco, lame rotanti, arpioni) ed infine appunto i medaglioni che ci aiutano in maniera peculiare, e sui quali vale la pena spendere due parole in più. I medaglioni modificano in modo concreto il comportamento del personaggio durante la run. Alcuni, ad esempio, permettono di recuperare salute dopo una parata riuscita oppure di infliggere danni aggiuntivi ai nemici colpiti alle spalle, spingendo a giocare in modo più tecnico e preciso. Altri ancora intervengono sul ritmo dell’azione, come quelli che rilasciano effetti elementali dopo una schivata perfetta o che attivano esplosioni alla sconfitta dei nemici, rendendo il combattimento più caotico ma anche più efficace contro gruppi numerosi. È proprio grazie a queste combinazioni che ogni run può cambiare sensibilmente approccio, passando da uno stile più difensivo a uno decisamente aggressivo.

Il ciclo di gioco è quello classico del genere: fallimento, apprendimento, nuovo tentativo. Citando Kobe Bryant e la sua Mamba Mentality, in questo gioco, come in tutti i roguelite, non si perde: si impara, e si torna subito in partita. Tutto funziona con una buona coerenza interna. L’oasi centrale funge da punto di ritorno e da snodo per la progressione sia narrativa che ludica, mantenendo una struttura chiara e leggibile. Dove il gioco trova davvero una sua identità è nel sistema di movimento. Il Principe si muove con grande fluidità, concatenando salti, corse sui muri e scivolate in modo naturale. Il parkour non è solo un elemento estetico, ma diventa parte integrante del ritmo di gioco. Si è spesso spinti ad avanzare senza esitazioni, sfruttando l’ambiente per mantenere alta la velocità. Il combattimento, invece, si inserisce in questo flusso con un approccio diretto. Le armi a disposizione permettono diversi stili, ma l’impostazione generale premia l’aggressività e la rapidità decisionale. Nei momenti più concitati, però, può capitare che la leggibilità dell’azione venga meno, soprattutto quando nemici e effetti si sovrappongono. Giocandolo, emergono con chiarezza alcune influenze precise. Da un lato si percepisce un richiamo a Hades, soprattutto per quanto riguarda il tono generale. Il gioco non si prende mai troppo sul serio, alternando momenti più leggeri a una narrazione che procede a piccoli frammenti, spesso con una certa autoironia. Dall’altro lato, il riferimento più evidente resta ancora Dead Cells. Il ritmo delle run, la gestione delle abilità e la costruzione delle build richiamano da vicino il lavoro precedente dello studio. È un’eredità che si traduce in un gameplay solido e immediatamente comprensibile. Sul fronte narrativo, il titolo sceglie una strada piuttosto sicura, quella della storia di riscatto. La storia di The Rogue Prince of Persia ruota infatti attorno a un errore del protagonista: è proprio il Principe, con una decisione impulsiva, ad aver provocato l’invasione della capitale persiana da parte degli Unni, guidati da Nogai e sostenuti da una magia sciamanica capace di corrompere uomini e trasformarli in soldati posseduti. Dopo la caduta iniziale della città, il Principe entra in possesso di un artefatto – una sorta di bola magica – che gli permette di sfuggire alla morte e tornare ogni volta all’Oasi, poco prima dell’invasione, dando vita a un ciclo temporale in cui tenta di cambiare il destino della Persia. L’obiettivo non è solo respingere l’esercito nemico, ma anche comprendere le conseguenze delle proprie azioni, interagendo con personaggi come Sukhra e altri alleati che forniscono informazioni sulla minaccia e sui segreti della città. Il racconto si costruisce quindi per frammenti, run dopo run, ma mantiene un filo chiaro: la redenzione di un Principe che deve rimediare a un disastro causato da lui stesso, affrontando un nemico che non è solo esterno, ma anche conseguenza diretta delle sue scelte.

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Dal punto di vista estetico, il gioco sceglie uno stile illustrato, con colori accesi e un design che punta più alla leggibilità che al realismo. Le animazioni sono fluide e contribuiscono a rendere credibile ogni movimento del Principe. La direzione artistica riesce a dare una sua identità al titolo, anche qui con qualche sprite che strizza l’occhio ai titoli menzionati sopra. Ne risulta in fin dei conti un appeal quasi fumettistico in certi momenti, con figure che sembrano disegnate a mano e poi animate, con grande coerenza stilistica e piacevolezza visiva. Sul piano sonoro, la colonna sonora accompagna bene l’azione, adattandosi al ritmo delle run senza mai diventare invasiva. Si affiancano melodie di ispirazione medio-orientale a brani quasi rock, un mix davvero ben riuscito.

La recensione

8 Il voto

The Rogue Prince of Persia è un esperimento riuscito, centrato a metà tra tradizione e innovazione. Il gameplay è il suo punto di forza, rapido, tecnico e capace di restituire grande soddisfazione pad alla mano. The Rogue è un titolo solido, immediato da comprendere ma difficile da padroneggiare, che riesce a intrattenere con costanza anche nel lungo periodo. Un ritorno convincente per il Principe, che cambia forma ma conserva, almeno in parte, il suo spirito originario.

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