O—O: la recensione

Quando l'ermetismo eccede, solo il masochismo può salvare la vostra esperienza di gioco

Esistono esperienze videoludiche quasi mistiche, vuoi per una particolare direzione artistica, vuoi per una colonna sonora ipnotica, vuoi per una dinamica ludica accattivante. Qualcosa capace di trascendere le normali situazioni di interazione uomo-macchina per arrivare ad offrire di più, o quantomeno qualcosa di diverso da tutto quello che aveva esperito in precedenza. Titoli in grado di avvicinarsi di più a un concerto, piuttosto che a un viaggio, evocando sensazioni altre, lontane dal mero dialogo interattivo che solitamente prende corpo in un videogame. A volte, però, queste esperienze si determinano tramite emozioni adese a quelle di una tortura, di un esercizio di sforzo eccessivo, fastidioso, e solo coloro i quali possiedono nei tratti nascosti del loro carattere anche un qualche cosa di masochistico, riescono a proseguire, perseverare e progredire lungo il viaggio tracciato dal game designer. E’ questo il caso dell’ermetico 0—0 di Art Games Studios.

Il gioco è un titolo moltro arcade, dal look super stilizzato, tanto da richiamare alla mene addirittura i fasti di un passato remoto, quello delle primissime console di videogame dalla storia. Il tutto condito da una colonna sonora elettronica, per un mix di impulsi audio-visivi davvero ipnotici, così come spiazzante risulta il presupposto narrativo. Il vostro avatar infatti sarà O—O, sia in termini di nomi che di forma: una rappresentazione meccanica minimalista di una singola particella della vostra anima, nata da un esperimento misterioso, il cui obiettivo esistenziale sarà quello di scappare da intricanti labirinti, evitando il contatto con qualsiasi elemento fisico circostante, pena l’annichilimento. Con conseguente obbligo di ripartire dall’ultimo checkpoint. Ma con un numero elevato ma pur sempre limitato di vite, per ogni livello. E vi serviranno tutte, anche solo per sperimentare, o esperire, la conformazione delle aree e le possibili vie di spostamento e fuga.

Immagine

La particolarità maggiore del gioco risiede nella sua natura essenziale nel focalizzarsi completamente sull’esperienza ludica primaria, in maniera quasi violenta. Il vostro essere, composto di due punti collegati da una linea retta in perenne movimento rotatorio, avanza ponendo uno dei due estremi come centro della rotazione stessa, determinando gli spostamenti con la pressione di un tasto che, nel momento esatto in cui viene premuto, fissa l’estremità precedentemente in movimento come fulcro della rotazione che, repentinamente, cambia quindi perno. Un movimento semplicissimo, eppur complesso, nell’interpretazione cognitiva richiesta dal giocatore per poter eseguire anche i “passi” più semplici, con una curva d’apprendimento che è semplicemente inesistente, ponendo davanti al cervello del fruitore una sfida immediata, senza soluzione di comprensione. Nessun tutorial, solo la capacità logica e i riflessi del giocatore, messi a dura prova sin da subito.

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