THE OUTER WORLD – Benvenuti a un nuovo appuntamento dedicato alla nostra rubrica intitolata “The Outer World”, una finestra nuova per Switchitalia, con vista sui mondi videoludici che si espandono fuori dalle consuete e familiari mura dell’universo Nintendo. Se volete più dettagli sulla nostra iniziativa, vi rimandiamo all’articolo introduttivo con cui ve la presentiamo, sospinti dalla curiosità esplorativa tipica degli amanti dei videogiochi. Oggi scendiamo nell’abisso di follia del mondo di Lovecraft, con l’interpretazione visionaria di Nacon dei Miti di Cthulu e dei suoi incubi, con Cthulhu Abyss!
Negli ultimi anni, il mercato videoludico ha visto consolidarsi sempre più il ruolo delle produzioni cosiddette “AA”, capaci di inserirsi tra l’imponenza dei blockbuster e la libertà creativa dell’indie. In questo spazio intermedio operano realtà come Nacon, publisher che ha costruito la propria identità proprio sulla valorizzazione di progetti ambiziosi ma sostenibili, spesso affidati a team con una forte visione autoriale. È il caso di Big Bad Wolf Studio, già noto per esperienze narrative come The Council, che con Cthulhu: The Cosmic Abyss tenta un salto qualitativo significativo, abbracciando una produzione più ampia senza rinunciare alla propria vocazione narrativa. Il valore di queste produzioni risiede proprio nella loro capacità di sperimentare, di osare senza i vincoli imposti da budget mastodontici, mantenendo però una qualità produttiva superiore rispetto al panorama indie puro. Cthulhu: The Cosmic Abyss si inserisce perfettamente in questo solco: un progetto che ambisce a raccontare una storia complessa e stratificata, facendo leva su un immaginario potente e su un approccio ludico riflessivo, lontano dalle logiche dell’intrattenimento immediato.

Parlare di Cthulhu: The Cosmic Abyss significa inevitabilmente confrontarsi con l’eredità di H. P. Lovecraft, autore che ha ridefinito il concetto stesso di orrore attraverso la sua visione cosmica e profondamente nichilista. L’orrore lovecraftiano non si fonda sulla paura dell’immediato, ma sull’insignificanza dell’uomo di fronte a entità incomprensibili, su un ignoto che non può essere razionalizzato né rappresentato pienamente. Questa poetica ha influenzato profondamente non solo la letteratura, ma anche cinema, fumetto e videogiochi, generando un immaginario riconoscibile fatto di culti antichi, divinità dormienti e geometrie impossibili. Tuttavia, trasporre Lovecraft in un medium visivo e interattivo resta una sfida complessa: come rappresentare ciò che, per definizione, è indescrivibile? Il titolo di Big Bad Wolf Studio si inserisce in questo solco, tentando di restituire quella sensazione di smarrimento e inquietudine attraverso ambientazioni e scelte narrative. Per chi volesse approfondire questo tema, è interessante segnalare il saggio Il metodo descrittivo di Lovecraft, disponibile su Amazon, che analizza proprio le tecniche attraverso cui l’autore costruiva il suo immaginario. Un riferimento utile per comprendere meglio anche le scelte stilistiche del gioco.
La vicenda di Cthulhu: The Cosmic Abyss si sviluppa in un futuro prossimo, precisamente nel 2053, in un mondo segnato da crisi ambientali e da uno sfruttamento sempre più aggressivo delle risorse naturali. È in questo contesto che si inserisce la misteriosa scomparsa di un gruppo di minatori negli abissi dell’Oceano Pacifico, evento che innesca l’intera narrazione. Il giocatore veste i panni di Noah, agente di un’organizzazione segreta incaricata di indagare su fenomeni inspiegabili, affiancato da un’intelligenza artificiale chiamata Key, che funge da supporto analitico ma anche da contrappunto narrativo. L’indagine conduce progressivamente verso la scoperta di R’lyeh, la leggendaria città sommersa legata al mito di Cthulhu, trasformando il thriller iniziale in un viaggio sempre più disturbante nell’ignoto. La narrazione si sviluppa attraverso scelte e diramazioni, con un impianto che punta a coinvolgere il giocatore non solo come osservatore, ma come parte attiva nel determinare gli eventi. I temi affrontati – conoscenza proibita, follia, corruzione mentale – si inseriscono perfettamente nella tradizione lovecraftiana, contribuendo a costruire un racconto che, pur con qualche inevitabile limite, riesce a mantenere una certa coerenza e tensione.














