Xbox Series S: Necrophosis: full consciousness: la recensione

Necrophosis è un viaggio nell’orrore cosmico, tra decadenza, surrealismo e inquietudine pura.

THE OUTER WORLD – Benvenuti a un nuovo appuntamento dedicato alla nostra rubrica intitolata “The Outer World”, una finestra nuova per Switchitalia, con vista sui mondi videoludici che si espandono fuori dalle consuete e familiari mura dell’universo Nintendo. Se volete più dettagli sulla nostra iniziativa, vi rimandiamo all’articolo introduttivo con cui ve la presentiamo, sospinti dalla curiosità esplorativa tipica degli amanti dei videogiochi. Oggi entriamo nei meandri della paura senza nome, una allegra passeggiata nella follia con Necrophosis: full consciousness.

Nell’immaginario contemporaneo il termine “lovecraftiano” viene spesso utilizzato in modo superficiale. Lo sanno bene i fan di vecchia data dello scrittore di Providence. Basta inserire qualche mostro tentacolare, una civiltà antica o una creatura cosmica per evocare automaticamente il nome di Howard Phillips Lovecraft. In realtà, il cuore del cosmic horror è molto più sottile: non riguarda soltanto ciò che vediamo, ma soprattutto la sensazione di insignificanza davanti a qualcosa di troppo vasto, antico e incomprensibile per essere davvero assimilato dalla mente umana. Negli anni pochi videogiochi sono riusciti a tradurre davvero questa sensazione in forma interattiva. Alcuni ci hanno provato attraverso la narrativa, altri puntando sull’orrore psicologico o sull’estetica biomeccanica. Necrophosis, il titolo oggetto di questa recensione, testato in versione Xbox, sceglie una strada ancora diversa: costruire un mondo nel quale la morte stessa sembra aver superato il proprio significato, trasformando l’intera esperienza in una lenta discesa dentro un universo ormai privo di speranza, memoria e persino logica naturale. È proprio questo approccio a rendere il titolo di Dragonis Ares immediatamente interessante per gli appassionati dell’horror più atmosferico e autoriale. Necrophosis appartiene a quella nicchia di produzioni che cercano di trasformare il videogioco in un’esperienza sensoriale prima ancora che ludica. È un viaggio contemplativo dentro un universo decadente e disturbante, costruito attorno a suggestioni artistiche molto precise. Basta osservare pochi minuti di gameplay per riconoscere influenze evidenti: l’ombra di H.R. Giger aleggia nelle architetture organiche e biomeccaniche, mentre le opere di Zdzisław Beksiński sembrano prendere vita attraverso deserti di carne fossilizzata, scheletri monumentali e strutture impossibili sospese in una decomposizione eterna. Anche il paragone con Scorn emerge quasi spontaneamente, ma Necrophosis prova comunque a ritagliarsi una propria identità puntando su una componente più poetica, filosofica e contemplativa. Dal punto di vista del genere, il gioco può essere definito come un’avventura horror in prima persona con forte componente esplorativa e puzzle ambientali. Necrophosis è un titolo volutamente lento, incasellabile nei walking simulator per certi aspetti, che costruisce la propria atmosfera attraverso il silenzio, la scoperta e il disagio costante. L’esperienza si sviluppa principalmente esplorando scenari surreali, interagendo con creature deformi, raccogliendo oggetti e risolvendo enigmi ambientali generalmente piuttosto semplici. È questa è una scelta inevitabilmente divisiva.

La storia raccontata da Necrophosis segue un’impostazione fortemente criptica. Ci risvegliamo miliardi di anni dopo la fine dell’universo, in un mondo consumato da una misteriosa maledizione chiamata appunto “Necrophosis”, una forma di decadimento che corrompe qualsiasi cosa tocchi. Le creature che abitano questo luogo sembrano relitti biologici di civiltà ormai dimenticate, esseri deformati e intrappolati in una condizione di sofferenza eterna. Il protagonista attraversa lande desolate seguendo visioni, figure enigmatiche e frammenti di poesia, mentre il gioco prova gradualmente a costruire un quadro narrativo più ampio senza mai offrire spiegazioni realmente definitive. Necrophosis sembra ispirarsi più al lato onirico e metafisico del cosmic horror che all’orrore tradizionale. Alcune suggestioni ricordano infatti il Lovecraft più astratto e visionario, quello meno legato ai mostri iconici e più concentrato sull’esplorazione di dimensioni impossibili, sogni decadenti e civiltà ormai fuori dal tempo. La narrativa procede attraverso monologhi poetici, dialoghi volutamente vaghi e immagini simboliche, cercando più di evocare emozioni che di raccontare una trama lineare. È un approccio molto ambizioso ma anche rischioso, perché richiede grande predisposizione da parte del giocatore. È stato messo in conto che qualcuno potrebbe trovarlo eccessivamente criptico o perfino prolisso. In alcuni momenti il gioco tende effettivamente a prendersi troppo sul serio, insistendo su testi e monologhi che finiscono per rallentare ulteriormente un ritmo già molto contemplativo.

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Necrophosis non sembra mai voler compiacere il pubblico mainstream. È un’opera costruita attorno a una visione artistica precisa e quasi ossessiva. Questa focalizzazione estrema finisce per diventare uno dei principali punti di forza del progetto ed al contempo una delle barriere all’accesso più casual. Sul piano del gameplay emergono invece i limiti più concreti dell’esperienza. Gli enigmi ambientali raramente risultano davvero impegnativi. La maggior parte delle situazioni ruota attorno alla raccolta di oggetti, all’attivazione di meccanismi o all’utilizzo di elementi biologici e creature deformi per proseguire nell’esplorazione. Alcune idee risultano sinceramente disturbanti e creative: il gioco sfrutta continuamente manipolazioni corporee, fusioni organiche e interazioni grottesche per mantenere alta la tensione psicologica. In certi casi il protagonista arriva perfino a utilizzare il proprio corpo o quello di altre creature come strumento per avanzare nei puzzle, contribuendo a rafforzare ulteriormente l’atmosfera malsana del mondo di gioco. Il problema è che, superato l’impatto iniziale, le meccaniche tendono a ripetersi senza grande evoluzione. Necrophosis non punta realmente sulla sfida. Vuole accompagnare il giocatore attraverso un’esperienza audiovisiva più che metterlo alla prova. Per alcuni sarà un pregio, perché evita di spezzare continuamente il flusso narrativo e atmosferico. Anche il ritmo può risultare problematico. I movimenti del personaggio sono deliberatamente lenti e pesanti, le animazioni talvolta rigide e alcune sezioni sembrano dilatate artificialmente.

Fortunatamente, il comparto artistico riesce quasi sempre a sostenere il peso dell’intera produzione. Alcuni scenari sono sinceramente impressionanti per composizione, atmosfera e capacità evocativa. Il mondo sembra composto da montagne di ossa, carne pietrificata, volti urlanti congelati nel tempo e gigantesche strutture organiche sospese in una decomposizione infinita. Anche il comparto sonoro svolge un ruolo fondamentale. Le musiche vengono utilizzate con parsimonia, lasciando spazio a rumori ambientali profondi, voci distorte e suoni organici che aumentano continuamente il senso di oppressione. La sensazione finale è quella di trovarsi davanti a un’opera profondamente imperfetta ma autentica. Necrophosis è un progetto che vive quasi esclusivamente attraverso la forza della propria direzione artistica e della propria atmosfera. Il gameplay semplice, la durata contenuta e la narrativa estremamente criptica impediscono al gioco di raggiungere livelli più alti, ma allo stesso tempo contribuiscono a definirne la natura profondamente autoriale. È uno di quei titoli che molti potrebbero trovare pesanti o addirittura frustranti, ma che altri finiranno per ricordare proprio grazie alla sua unicità.

La recensione

6.5 Il voto

Necrophosis è un horror contemplativo e profondamente autoriale, capace di colpire soprattutto grazie alla sua direzione artistica disturbante e all’atmosfera opprimente. Ispirato al cosmic horror lovecraftiano, costruisce un mondo decadente e surreale che resta impresso nella memoria. Il gameplay però è molto semplice e il ritmo estremamente lento potrebbe non convincere tutti. Anche la narrativa criptica e volutamente filosofica rischia a tratti di appesantire l’esperienza. È un gioco tutt’altro che perfetto, ma difficilmente lascia indifferenti.

Valutazione

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