THE OUTER WORLD – Benvenuti a un nuovo appuntamento dedicato alla nostra rubrica intitolata “The Outer World”, una finestra nuova per Switchitalia, con vista sui mondi videoludici che si espandono fuori dalle consuete e familiari mura dell’universo
Dreamcore è un gioco davvero particolare: un’esplorazione psicologica e un’inquietudine costante in spazi liminali. Non ha mostri, non ha jumpscare, non ha nemmeno una trama vera e propria! Eppure, dopo pochi minuti, ti ritrovi immerso in un mondo che sembra uscito da un sogno lucido, di quelli che ricordi a metà quando ti svegli e non sai se ti hanno inquietato o affascinato. È un’esperienza che vive tutta nella sua atmosfera, nella sensazione di trovarsi in un luogo familiare ma allo stesso tempo sbagliato, come se qualcuno avesse ricostruito i tuoi ricordi usando pezzi presi da un’altra persona.

Una cosa che colpisce subito è la coerenza estetica. Dreamcore non è un semplice walking sim: è un viaggio attraverso ambienti liminali che sembrano sospesi nel tempo. Piscine illuminate da luci artificiali, corridoi infiniti, stanze che si ripetono con piccole variazioni, quartieri residenziali che si estendono oltre l’orizzonte. Ogni spazio è costruito per evocare una sensazione precisa, e il gioco riesce a farlo senza mai ricorrere a trucchi facili. Non c’è nulla che salti fuori all’improvviso, nulla che ti insegua. L’inquietudine nasce dal silenzio, dalla ripetizione, dal vuoto.

Uno degli ambienti più iconici è quello delle piscine interne, un labirinto di stanze piastrellate dove l’acqua riflette luci fredde e i tuoi passi risuonano come se fossi l’unica persona rimasta al mondo. È un luogo che sembra tranquillo, quasi rilassante, ma più ti addentri più senti quella tensione sottile che ti fa chiedere se davvero non ci sia qualcun altro nascosto dietro un angolo. Non succede mai nulla, e proprio per questo la sensazione cresce. È un tipo di inquietudine che non ti aggredisce, ma ti accompagna.

Insomma, che noi ci addentriamo in spazi di case tutte uguali, vialetti perfetti, un cielo che sembra dipinto o un’area che sembra uscita da un asilo con tappeti colorati, blocchi giganti, tunnel imbottiti… qualcosa non torna. È come se stessi ricordando un ricordo che non ti appartiene, come se stessi camminando dentro un sogno di qualcun altro. È un tipo di nostalgia strana, quasi disturbante, che ti rimane addosso anche quando esci dal gioco.

Dreamcore non ti dice mai cosa fare. Non ci sono obiettivi, non ci sono mappe, non ci sono indicatori. Sei tu, lo spazio e la tua curiosità. Questo può essere liberatorio, perché ti permette di esplorare senza pressioni, ma attenzione: nonostante tutto può anche diventare frustrante. A volte ti ritrovi a girare in tondo senza capire se stai facendo progressi o se stai semplicemente perdendo tempo. È una scelta di design consapevole, ma non sempre funziona. Ci sono momenti in cui avresti bisogno di un segnale, anche minimo, che ti dica che stai andando nella direzione giusta. Invece il gioco rimane ostinatamente criptico.

La direzione artistica, però, compensa quasi tutto. Ogni ambiente è costruito con una cura maniacale per la luce, i colori, le texture. C’è un uso intelligente dei pattern ripetuti, delle superfici lucide, delle geometrie che sembrano normali finché non le guardi due volte. È un mondo che sembra reale ma non del tutto, come se fosse stato generato da un algoritmo che ha studiato i sogni umani ma non li ha mai provati davvero. E questa sensazione di “quasi realtà” è il cuore dell’esperienza.
E proprio perché Dreamcore punta tutto sull’atmosfera, anche il modo in cui si gioca è ridotto all’essenziale. I comandi sono pochissimi: ti muovi, guardi, esplori. Fine. Non ci sono puzzle da risolvere, non ci sono oggetti da raccogliere, non c’è un inventario da gestire. È quasi un invito a rallentare, a osservare, a lasciarti trasportare dal ritmo lento e ipnotico degli ambienti. E paradossalmente, questa semplicità diventa parte del fascino: togliendo tutto ciò che è superfluo, il gioco ti costringe a concentrarti su ciò che conta davvero, cioè le sensazioni. Ogni passo, ogni cambio di luce, ogni corridoio che sembra identico al precedente ma non lo è del tutto diventa un piccolo evento, un micro-mistero che ti spinge ad andare avanti.

Dreamcore funziona quando lo prendi per quello che è: un viaggio mentale, un’esperienza più emotiva che ludica, un’esplorazione psicologica mascherata da camminata solitaria in luoghi impossibili. E quando entri nel suo ritmo, riesce a evocare emozioni sottili, difficili da definire, che stanno a metà tra la nostalgia e l’inquietudine. Ti lascia addosso quella sensazione strana di aver visitato un posto che non esiste, ma che in qualche modo ti appartiene. E anche quando chiudi il gioco, alcune immagini continuano a tornarti in mente, come frammenti di un sogno che non riesci a decifrare.
La recensione
Curiosità e costanza saranno i vostri alleati migliori, in una esperienza particolare ma da non perdere.












