Pochi autori hanno lasciato un’impronta sull’immaginario collettivo paragonabile a quella di H. P. Lovecraft. Lo scrittore di Providence, pur non avendo ottenuto grande riconoscimento in vita, è diventato nel tempo una delle figure più influenti della narrativa fantastica e horror moderna, al punto da trascendere la letteratura stessa e contaminare cinema, fumetto, arte visiva e videogiochi. La forza delle sue opere risiede soprattutto nella capacità di evocare un orrore differente rispetto a quello tradizionale: non il semplice mostro nascosto nell’ombra, ma l’idea di un cosmo sconfinato e incomprensibile, in cui l’essere umano è irrilevante. Temi come la follia, la conoscenza proibita e il contatto con entità antiche e insondabili hanno contribuito a definire una vera e propria cosmogonia narrativa, ancora oggi incredibilmente fertile. Il cinema ha spesso attinto a questa sensibilità, sia direttamente sia indirettamente, basti pensare a opere come The Thing o In the Mouth of Madness, mentre fumetto e illustrazione fantastica hanno reinterpretato per decenni l’estetica dell’orrore cosmico. Il videogioco, però, si è rivelato forse il medium più adatto a tradurre l’esperienza lovecraftiana in forma interattiva. La possibilità di esplorare, indagare e ricostruire frammenti di verità rende infatti il linguaggio videoludico particolarmente efficace nel restituire quella sensazione di mistero e smarrimento tipica degli scritti del Solitario di Providence. È proprio in questa tradizione che si inserisce Call of the Elder Gods.
L’influenza di H. P. Lovecraft sul medium videoludico è profonda e stratificata. Fin dagli anni Novanta, numerosi sviluppatori hanno cercato di tradurre in forma interattiva quella miscela di investigazione, tensione psicologica e orrore cosmico che caratterizza la sua narrativa. Il videogioco, grazie alla partecipazione diretta del giocatore, riesce infatti a trasformare il processo di scoperta in un’esperienza personale, amplificando il senso di inquietudine e vulnerabilità. Tra gli esempi più significativi spicca Eternal Darkness: Sanity’s Requiem, ancora oggi ricordato per il suo sistema di sanità mentale e per la capacità di rompere continuamente il confine tra realtà e percezione. Allo stesso modo, Call of Cthulhu: Dark Corners of the Earth ha rappresentato uno dei tentativi più diretti di adattare le atmosfere lovecraftiane, puntando su investigazione, paranoia e senso costante di impotenza. Più recentemente, anche opere come Cthulhu: The Cosmic Abyss hanno continuato a esplorare questo filone, dimostrando quanto l’immaginario cosmico sia ancora fertile nel panorama contemporaneo. È però soprattutto nel genere puzzle adventure e punta&clicca investigativo che la poetica lovecraftiana sembra trovare una delle sue espressioni più naturali. Ritmi lenti, narrazione frammentata, documenti da interpretare e ambientazioni sospese tra sogno e decadenza si sposano perfettamente con l’idea di una conoscenza da conquistare poco alla volta, spesso a costo della propria lucidità. In questo senso, Call of the Elder Gods si inserisce in una tradizione ben precisa, raccogliendo l’eredità di queste opere e reinterpretandola attraverso una sensibilità più moderna e contemplativa. Per chi desiderasse approfondire ulteriormente il rapporto tra narrativa lovecraftiana e derivazioni interattive, risulta particolarmente interessante anche Il metodo descrittivo di Lovecraft (disponibile su Amazon), dedicato proprio all’analisi del linguaggio e dell’immaginario del maestro di Providence.

Dietro al progetto recensito oggi troviamo ancora una volta Out of the Blue, studio che si era già fatto notare con il riuscito Call of the Sea. Pubblicato originariamente nel 2020, il primo capitolo aveva conquistato critica e pubblico grazie a una combinazione efficace di puzzle ambientali, narrazione emotiva e atmosfere fortemente ispirate all’immaginario lovecraftiano, pur declinato in modo meno apertamente horror rispetto ad altre opere del filone. Uno degli elementi più apprezzati di Call of the Sea era proprio la capacità di costruire un’avventura contemplativa e misteriosa, basata più sull’esplorazione e sull’interpretazione che sull’azione. Il tono malinconico, l’ambientazione esotica e la forte componente narrativa avevano contribuito a rendere il progetto una delle sorprese più interessanti nel panorama adventure degli ultimi anni, trovando spazio anche su Nintendo Switch. Con Call of the Elder Gods, lo studio sceglie di ampliare ulteriormente il proprio universo creativo, realizzando un seguito più ambizioso sul piano atmosferico e contenutistico. L’approdo su Nintendo Switch 2 permette inoltre al team di spingersi oltre sotto il profilo tecnico, valorizzando ancora di più la componente immersiva dell’esperienza. Dal punto di vista narrativo, l’opera abbraccia in maniera ancora più esplicita il fascino dell’orrore cosmico e delle mitologie proibite. La storia ruota attorno a misteri ancestrali, culti dimenticati e conoscenze che sfuggono alla comprensione umana, costruendo un racconto che procede lentamente, lasciando al giocatore il compito di ricostruire significati e connessioni. L’atmosfera è costantemente sospesa tra sogno e incubo, con ambientazioni che sembrano esistere fuori dal tempo e dello spazio. Il senso di ossessione cresce progressivamente, alimentato da documenti, simboli e visioni che suggeriscono l’esistenza di qualcosa di immensamente più grande e terrificante della semplice esperienza umana. Pur mantenendo una struttura relativamente lineare, la narrazione fa largo uso di frammentazione e interpretazione, lasciando volutamente zone d’ombra e ambiguità. È una scelta coerente con la tradizione lovecraftiana, in cui il mistero non viene mai completamente spiegato, ma soltanto intuito.










