Ninja Gaiden 3: Razor’s Edge: la recensione

La lama del rasoio non è poi così affilata, in Ninja Gaiden 3

L‘epopea di Ryu Hayabusa su Switch si conclude con il terzo episodio incluso nella Ninja Gaiden Master Collection: dopo la recensione di Sigma e di Sigma 2, infatti, è ora il turno di valutare Ninja Gaiden 3 Razor’s Edge, capitolo che i fan Nintendo possono aver già apprezzato anche su Wii U ma che si ripropone ora all’interno dell’operazione commerciale di Koei-Tecmo atta a riportare in auge i fasti del guerriero nipponico reso famoso da Itagaki, fruibile per la prima volta in modalità ibrida. Un trittico che sin dalle sue prime pubblicazioni ha visto un progressivo calo di qualità e cura, chiudendosi con questo episodio che a molti già in passato lasciò un po’ di amaro in bocca ma che cerca di completare comunque l’offerta di una raccolta senza dubbio ricca di contenuti. Vediamo quindi come sono invecchiate le gesta di Ryu, anche in questo caso.

Diversi sono i motivi che hanno spinto critica e pubblico ad etichettare Razor’s Edge come il più debole anello della catena del Ninja made in Koei e, chiariamolo subito, legittimi o meno restano ovviamente ancora tutti intatti pure nella versione che ci accingiamo ad analizzare. In generale, il senso che traspare dall’esperienza di gioco, soprattutto se confrontata in maniera così diretta e ravvicinata con i due precedenti episodi come avviene in maniera naturale in questa Collection, è quello di una mancanza di ispirazione, che invece caratterizzava la saga nei capitoli del passato. Se l’accostamento tra poesia e tamarraggine è sempre stato un po’ il marchio di fabbrica, è evidente come nel terzo volume di questo racconto il tutto vada un po’ troppo oltre le righe, perdendo quella carica comunque artistica che infondeva una valenza diversa a tanti elementi anche eccessivi (dalla violenza al confronto apparentemente stridente tra tradizione e tecnologia), qui invece solamente impacciati, nel voler essere forzatamente “cool”.

Ninja Gaiden 3 - No More Sigma this Time - Nerd Reactor

Si parte dalle ambientazioni, che cercano un senso di modernità occidentale (tra Londra e il deserto, per fare alcuni esempi) allontanandosi molto come canoni estetici dalle iniziali scenografie tipicamente giapponesi, come se in qualche modo l’Oltre Oceano fosse di per sé portatore di valori artistici superiori, senza rendersi conto di come il passaggio alla piena potenza dell’alta definizione delle console dell’epoca abbia finito per pitturare una patina dorata sopra a una messa in scena più attenta alla tecnica che alla direzione stilistica, per un colpo d’occhio che, paradossalmente, finisce per ammaliare meno che in passato. Allo stesso modo, le pensate ludiche con le quali si è cercato di rinfrescare il genere (che l’antesignano della saga aveva lui stesso contribuito a gettare con successo), finiscono per essere realizzate quasi con il solo intento di introdurre novità e variazioni sul tema, senza curarne il dettaglio in termini di implementazione e game design. Ed ecco così che la sequenza d’apertura di Razor’s Edge, con i suoi soldati dotati di mitragliette e lancia razzi, i suoi ragni meccanici, i suoi “leap of faith” (per usare una terminologia cara alla serie di Assassins’ Creed), la sua cortina fumogena inframmezzata dai mirini laser dei cecchini o le sue sessioni di fuga teleguidate anziché alzare il livello della produzione finiscono per abbatterlo.

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